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"Ciao, caro"

  • Emme Zeta
  • 27 ott 2019
  • Tempo di lettura: 1 min

Non saprei se è cosa tipicamente romana, ma da qualche tempo scorgo una novità lessicale e relazionale nelle comunicazioni del quotidiano. Mi affretto a spiegare con la più frequente delle situazioni dove avviene questa mutazione del linguaggio. Al bar: io "Buongiorno", il barman "Ciao, caro", io "Un caffè, per favore". Ora, la scarna conversazione sarebbe ineccepibile se conoscessi il cameriere o se almeno avessi già avuto modo di assaggiare il suo caffè in passato. No, io e lui non ci siamo mai visti prima ... eppure mi accarezza prima con un "ciao" e poi mi sbaciucchia un "caro". Svolgo una duplice, doverosa avvertenza: la mia sorpresa di fronte a questa affettività semantica non contiene né classismo né fastidio. Ma se uno sconosciuto mi accoglie con un "Ciao, caro" mi aspetterei che almeno quel caffè me lo offrisse, invece che spedirmi alla cassa per lo scontrino.

 
 
 

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